Nuovo capitolo giudiziario nel caso dell’omicidio di Yara Gambirasio. Nella giornata di lunedì 5 ottobre 2026, presso il Tribunale di Bergamo, si è tenuta l’udienza in camera di consiglio per discutere l’incidente di esecuzione promosso dai legali di Massimo Bossetti, il muratore di Mapello condannato in via definitiva all’ergastolo. Nel tardo pomeriggio, la Corte d’Assise di Bergamo ha rigettato la richiesta di nuove analisi sui reperti formulata dalla difesa.
Bossetti ha assistito all’udienza in videocollegamento dal carcere di Bollate, seguendo in silenzio i lavori al fianco dei suoi avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, e del genetista forense Marzio Capra. In aula erano presenti anche la pubblico ministero Letizia Ruggeri e i legali della famiglia Gambirasio, gli avvocati Andrea Pezzotta ed Enrico Pelillo.
Le contestazioni della difesa e la tesi della discordanza
Al centro dell’istanza presentata dalla difesa c’era la richiesta di compiere accertamenti tecnico-scientifici sui reperti e sui campioni biologici ancora conservati, alla luce delle nuove tecnologie e dell’analisi di fotografie ad alta risoluzione realizzate dal RIS.
In particolare, il consulente di parte Marzio Capra ha contestato la metodologia utilizzata per l’estrazione del Dna di “Ignoto 1” dalla traccia 31G20 (l’impronta di sangue mista rinvenuta sugli slip di Yara), sostenendo la presenza di un’incongruenza cronologica tra il prelievo del materiale e la documentazione fotografica del reperto. Inoltre, la difesa ha sollecitato verifiche su presunte tracce di liquido seminale che sarebbero presenti sul giubbotto e sulla felpa della tredicenne scomparsa da Brembate di Sopra il 26 novembre 2010.
L’opposizione delle parti e la decisione della Corte
Sia la Procura sia la parte civile si sono opposte fermamente alle istanze della difesa. Uscendo dall’aula prima del verdetto definitivo, gli avvocati della famiglia Gambirasio hanno espresso una posizione netta: “Si vuole fare Garlasco 2, ma faremo il possibile per impedirlo”.
Nel pomeriggio, la Corte d’Assise presieduta dalla giudice Patrizia Ingrasci ha sciolto la riserva, respingendo integralmente la richiesta di nuovi accertamenti e confermando la linea già tracciata sui limiti di visione ed esame dei reperti.







